È con la forza tranquilla di un’antica saggezza che Leone XIV interviene, con le parole e con le azioni, nel dibattito pubblico. Forse senza nemmeno volerlo, non in modo diretto almeno. Non condanna i reprobi e gli incoscienti, ma oppone alla loro un’altra verità, anzi la verità. Non tocca al Papa far presente l’assurdità ideologica e la demagogia di decisioni prese da istituti scolastici o amministrazioni comunali in questi giorni prenatalizi, un po’ ovunque e con una certa frequenza da qualche anno a questa parte. Non tocca a lui fare i nomi e i cognomi di chi vuole modificare elementi o addirittura cancellare, in nome di una malintesa inclusività, uno dei più pacifici e bei simboli della nostra tradizione: il presepe. A lui tocca supplicare le famiglie a ultimare, come sempre, «l’allestimento della suggestiva rappresentazione della Natività di Cristo». E a lui tocca auspicare che un elemento «così importante non solo della nostra fede, ma anche della cultura e dell’arte cristiana, continui a far parte del Natale per ricordare Gesù che, facendosi uomo, è venuto “ad abitare in mezzo a noi”». Sono le parole semplici e inequivocabili che Prevost ha pronunciato ieri nel corso dell’udienza del mercoledì, quasi a suggello dell’inaugurazione del “presepe pro-life” avvenuta il giorno prima nell’Aula Paolo VI del Vaticano (Libero ne ha parlato ieri in prima pagina).