«Dobbiamo dare atto che tutti gli sforzi che vengono fatti anche da chi ha la responsabilità di governo nella città, allo scopo di cercare dei sentieri di dialogo, sono sforzi benefici. Sono queste le possibilità che abbiamo per riconnettere il più possibile il nostro tessuto sociale. Allo stesso tempo non possiamo non dire che ogni atto o forma di violenza non può che essere bandita. È troppo evidente che non si può vivere in una città dove devi avere paura che ci siano degli atti di violenza, in qualunque contesto». Mentre sono ancora in corso le operazioni di sgombero del centro sociale Askatasuna nello stabile di corso Regina Margherita, l’arcivescovo di Torino Roberto Repole parla dell’emergenza lavoro e dell’individualismo in città, durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno nella sede torinese dell’Arcivescovado.

Il disagio giovanile

Una questione su cui poi Repole ha voluto ampliare il raggio della sua riflessione. “Una terza osservazione la farei, perché dobbiamo riuscire a cogliere se c’è un disagio, soprattutto nel mondo giovanile, che a volte rimane lì sopito e non viene magari letto e interpretato nel modo adeguato – ha detto – Da una parte un plauso a chi fa degli sforzi per dialogare laddove il dialogo è possibile, perché questo credo sia l’abc di una convivenza civile e di una società in quanto tale. Dall’altra parte, in modo netto e chiaro, bisogna dire che ogni violenza è bandita». E aggiunge: «Un fenomeno di questo tipo deve farci chiedere a tutti se siamo preoccupati del fatto che i giovani nelle nostre città spesso vivano con il terrore di diventare adulti. Si vive in un contesto di accelerazione continua imposto dalla modernità, questo genera un’ansia terribile soprattutto nei più giovani. Per questa ragione, dobbiamo tenere insieme tutte queste cose in un’unica riflessione».