Il Natale a Ravanusa è sempre amaro da quel dicembre di quattro anni fa. La ferita dell’esplosione che portò alla morte di nove persone – dieci, se si considera il piccolo che sarebbe dovuto nascere dopo pochi giorni – è ancora visibile. Da quell’11 dicembre del 2021 è ancora tutto transennato, tutto fermo, come gli orologi rotti dal boato che ha devastato la cittadina dell’Agrigentino. A innescarlo una fuga di gas – dovuta a una saldatura fatta male di un tubo sotterraneo – che ha riempito una casa disabitata, facendo saltare in aria le palazzine del quartiere. Dopo quattro anni e tante promesse di ricostruzione, le 36 famiglie sfollate continuano a vivere in affitto – pagato dal Comune tramite la Protezione civile – o in alloggi di fortuna, in attesa di un futuro ancora poco chiaro. Il progetto di ricostruzione, che doveva portare alla costruzione di nuove case per gli oltre cento sfollati e i loro parenti, non è mai stato finanziato: 24 milioni sono rimasti impigliati nelle pieghe della burocrazia, lasciando le famiglie senza un tetto sopra la testa.

Così l’amministrazione guidata da Salvatore Pitrola ha deciso di presentare all’assessorato regionale alle Infrastrutture un nuovo progetto che unisce riqualificazione e ricordo: “Abbiamo partecipato a un avviso regionale e ho chiesto una mano a progettisti, architetti e ingegneri della mia città che hanno risposto positivamente”, spiega il sindaco. “Più di 34 persone hanno dato la loro disponibilità dando vita al Progetto di comunità, che prevede riqualificazione di vecchie abitazioni per dare una nuova casa agli sfollati, un parco urbano e un cine teatro. Vogliamo sollecitare le istituzioni, perché le famiglie sono stanche”. Tra gli sfollati, infatti, c’è profonda disillusione: l’ultima promessa di inizio lavori era stata fatta dalla giunta regionale guidata da Renato Schifani in occasione del terzo anniversario dalla strage, cioè un anno esatto fa. Il cantiere sarebbe dovuto partire “entro fine mese”, ma ancora non si è mosso nulla.