È una sorta di nemesi storica quella che lega il passato e il futuro del quartiere torinese di San Salvario. Qui, nel 1821, ebbe luogo la rivolta che fu la prima scintilla degli eventi che segnarono la lotta risorgimentale per l’unità nazionale. Qui, oltre 200 anni dopo, si sta consumando lo strappo più duro tra l’Islam radicale e un pezzo di magistratura da un lato e il governo italiano dall’altro: con l’imam Mohamed Shahin espulso dopo le vergognose frasi sul 7 ottobre («non fu violenza ma una reazione ad anni di occupazione»), ma “reintegrato” da una sentenza della corte d’appello di Torino, che ha definito quelle parole «espressione di un pensiero che non integra gli estremi di reato» e che a sua volta ha fatto scattare la rabbia dell’esecutivo che si dice pronto al contrattacco giuridico. Come ci spiega in questa intervista il leghista sottosegretario all’Interno, Nicola Molteni.
Onorevole Molteni qual è stata la sua reazione e quella del governo alla sentenza della corte d’appello di Torino?
«Sia chiaro, noi non abbiamo nessuna intenzione di fare un solo passo indietro. Il ministro ha fatto bene a proporre il provvedimento di espulsione per un soggetto pericoloso. Per noi la sicurezza nazionale è la priorità assoluta. Abbiamo il dovere di garantirla».






