Kylian Mbappé è un Robin Hood sui generis. Non ruba ai ricchi per dare ai poveri, visto che il suo conto in banca non ha mai conosciuto la parola crisi, e in realtà nemmeno ruba, semmai ha preteso dai ricchissimi ciò che gli era stato promesso nei contratti. È però un Robin Hood perché, nella sentenza emessa ieri dal tribunale del lavoro di Parigi, c’è qualcosa che trascende il denaro: c’è la vittoria del diritto sulla ripicca, della professionalità sul feudalismo calcistico. I giudici parigini hanno deciso che il Psg deve sborsare 61 milioni di euro alla sua ex stella per stipendi e bonus arretrati.
Il club potrà fare ricorso, e probabilmente lo farà per principio, ma la sostanza politica della sentenza è una sconfitta netta perla narrazione parigina. Mbappé di fatto ha smascherato la “povertà” del club più ricco del mondo. Non quella economica, ovviamente, ma quella morale. Ha svelato la pochezza di un colosso che, ferito nell’orgoglio dall’addio a parametro zero del suo campione verso il competitor Real Madrid, ha deciso di non pagarlo per pura ripicca. Come un datore di lavoro qualsiasi che trattiene l’ultima busta paga al dipendente dimissionario. Solo che qui il dipendente è una multinazionale e il datore di lavoro ha il Pil (prodotto interno lordo) di uno stato.










