Chi si rivede: la Corte costituzionale che prende a ceffoni il governo. Non è una lagna vittimista della destra, è il grido di gioia dell’opposizione, per una volta unita. Marco Furfaro, emanazione di Elly Schlein: «Vince la Toscana. Dalla Consulta ennesimo schiaffo alla propaganda del governo». Mario Turco, vicepresidente dei Cinque Stelle: «Un sonoro schiaffo al governo. I giudici costituzionali hanno dichiarato inammissibile il ricorso di Meloni & C. contro la legge della Puglia sul salario minimo negli appalti». Nicola Fratoianni, leader di Avs: «Non passa giorno che non ricevano un ceffone dalla realtà». La Cgil: «Uno schiaffo politico e morale alla destra».
Più della miseria lessicale e della scarsità di metafore (esistono corsi di scrittura creativa che aiutano), colpisce il ritorno di un vecchio schema, nel momento in cui il rapporto tra governo e magistratura diventa l’unica cosa che conta da qui al referendum che si voterà in primavera. La Corte costituzionale è presieduta oggi da Giovanni Amoroso, un magistrato proveniente dalla Cassazione che si è sempre tenuto a distanza dalla politica. Tra i suoi componenti ci sono giudici come Roberto Cassinelli e Francesco Saverio Marini, eletti dal parlamento su indicazione dei partiti di maggioranza, e Giovanni Pitruzzella, scelto da Sergio Mattarella, che non possono essere accusati di partigianeria progressista. Eppure il risultato è quello che si è visto ieri. La sentenza sulla Toscana riguarda una legge regionale del 2024 che consente ai Comuni a maggiore densità turistica e ai capoluoghi di provincia (praticamente l’intero territorio regionale) di limitare gli affitti brevi e permetterli solo in forma imprenditoriale. La solita smania socialista di ingabbiare la proprietà privata e la libera iniziativa, insomma.






