Dal punto di vista formale e con inappuntabile tempismo, domenica la Repubblica islamica non ha fatto mancare la sua condanna all’attentato di Sydney. «In linea di principio, l’Iran condanna il violento attacco contro i civili a Sydney, in Australia - ha scritto su X il portavoce del Ministero degli esteri iraniano Esmaeil Baqaei - La violenza terroristica e le uccisioni di massa devono essere condannate, ovunque vengano commesse, in quanto illegali e criminali». Sempre “in linea di principio”, l’Iran ha deliberatamente ignorato che la strage è stata commessa ai danni di cittadini ebrei riuniti per celebrare Hanukkah. E sempre “in linea di principio” il governo di Teheran starebbe prendendo di mira la comunità ebraica al di fuori di Israele.

Secondo l’intelligence israeliana, è da mesi ormai che i cosiddetti ebrei della diaspora sono diventati un bersaglio facile per gli ayatollah, cui basta sfruttare consolidati meccanismi di contrabbando di armi, cellule più o meno dormienti sui social media per aizzare collaboratori di bassa lega, attori locali reclutati dalla criminalità organizzata locale così da evitare che venga loro attribuita la paternità dei fatti. Colpire gli ebrei nel mondo, inoltre, ha un duplice effetto: non solo sconvolge i Paesi di cui sono cittadini, ma ferisce, di sponda, anche Israele, che si ritiene responsabile della sicurezza di tutta la sua comunità. Ecco perché, ha spiegato al Jerusalem Post l’esperto di politica iraniana Meir Javedanfar della Reichman University, i Guardiani della rivoluzione considerano il tentativo di danneggiare gli ebrei della diaspora una parte legittima della loro condotta bellica, che sia per regolare i conti o per scoraggiare futuri attacchi.