“Il Ruché al naso sembra per eleganza un bianco del Trentino-Alto Adige mentre in bocca è un vino caldo ed equilibrato come i grandi vini piemontesi”: a descrivere così il vino che ha fatto apprezzare in tutto il mondo è Luca Ferraris. A lui e alla sua azienda si deve la riscoperta e l’affermazione di un vitigno monferrino fino all’inizio degli Anni 2000 semisconosciuto. Luca ha 46 anni e una storia di successo da raccontare. “Non avevo neppure 20 anni, vivevo a Torino, avevo in tasca un diploma da perito agrario, ma l’Università non mi sembrava il futuro adatto a me” ricorda. Così decide di tornare a Castagnole Monferrato (Asti), il paese dei suoi e mettersi a fare vino, in un periodo in cui i vini piemontesi si vendevano a 1500 lire il litro in damigiana. “Siamo partiti in un garage, facendo poche bottiglie e cercando di capire quale fosse il modo migliore per far conoscere il nostro Ruché”.

I vigneti del Ruché a Castagnole (Asti)

Una storia di famiglia

Riannoda il filo con le memorie di famiglia, una famiglia in cui la bisnonna Teresa nel 1921 aveva acquistato una casa in via Del Castello a Castagnole, dove adesso lui ha creato un museo del vino che vede processioni di enoturisti. “Era la casa più bella del paese, quella che tutti i contadini sognavano. La bisnonna poté comprarla grazie ai soldi mandati dal marito emigrato in America che aveva fatto fortuna con la corsa all’oro in California”. Il nonno Martino compra il Casot, un appezzamento di 40 mila metri quadri dove adesso c’è un vigneto che è il fiore all’occhiello dell’azienda. Ma il padre di Luca, preferisce trasferirsi a Torino come accade a molti negli Anni del Boom attratti dalle chimere dell’industria automobilista e dall’impiego sicuro.