La sindrome del «kebabbaro» è un disagio che si manifesta nella sinistra quando subisce la sconfitta, non elabora il lutto, non capisce l’avversario e ogni volta che lo vede, lo sente parlare, lo immagina, perde l’orientamento, barcolla, sbatte i piedi, e cade in uno stato che oscilla tra la prostrazione e la rabbia. Dopo più di tre annidi governo Meloni l’opposizione ancora non sa chi è Giorgia. Meloni è una professionista della politica, ha fondato 13 anni fa un nuovo partito che oggi è il primo in Italia, fa comizi e vita di sezione da quand’era ragazzina, ha frequentato l’università dell’opposizione e si è rivelata primadonna a Palazzo Chigi con la stoffa della grande leader europea del governo più stabile del Vecchio Continente. Meloni sa parlare al suo popolo, conosce i trucchi del mestiere, il suo intervento ad Atreju è un manuale di politica e costume. C’è il programma, la Nazione, le parole che servono per segnare la differenza tra «noi e loro», quel che si dice “l’impianto ideologico” di un partito conservatore europeo. Ma lo scacco matto è l’utilizzo del pop, della cultura popolare di cui la sinistra si è dimenticata.
L’opposizione si schiera contro l’operazione sulla cucina italiana patrimonio dell’Unesco? Il suicidio ai fornelli dei tragical -chic contro il bucatino all’amatriciana di “Lollo” (Brigida) viene dipinto con la corsa della sinistra dal “kebabbaro”. È un colpo da Trilussa, è il gatto di «Er compagno scompagno» del poeta romano che prima si dichiara socialista, ma diventa conservatore quando mangia per non spartire il pollo con l’altro gatto che si dichiarava proletario. Casca tutto intero nella trappola retorica il “Fuffington Post” che sforna una lezione di bon ton culinario-istituzionale con bacchettata sulle mani alla «elegantissima Meloni».







