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Ultimo aggiornamento: 9:21

L’uomo che ha liberato le frontiere del calcio e ha arricchito la sua categoria è sparito dai radar – anche nel piccolo Belgio c’è nebbia sulla sua situazione attuale – e non ha vissuto anni tranquilli dopo la famosa sentenza del 1995 che porta il suo nome. Jean-Marc Bosman, 61 anni, ultimo domicilio segnalato nella periferia di Liegi, non si è negato nulla: attività imprenditoriali sbagliate, alcolismo, depressione, persino una condanna in carcere nel 2013 con la condizionale per l’aggressione alla sua ex compagna. Il risarcimento stabilito dalla Corte di Giustizia Europea (350mila franchi svizzeri) è stato bruciato dalle spese processuali e dalle parcelle degli avvocati. Anche una partita organizzata per raccogliere fondi da devolvere sul suo conto si rivelò un flop. Bosman appare oggi, per le informazioni che abbiamo, un uomo solo, allontanato dal mondo del calcio e abbandonato al suo destino anche dai suoi legali: l’unica domanda alla quale l’avvocato Dupont non ha voluto rispondere riguarda infatti i suoi rapporti con l’ex calciatore del RCF Liegi.

Le ultime interviste che lo riguardano risalgono al 2015, quando fu celebrato il ventennale della sentenza–Bosman. Al tabloid inglese Sun, raccontò: “Ho vinto in tribunale, ma poi ho perso tutto. La gente pensa che io abbia messo da parte una fortuna, ma la mia presunta fortuna non arriverebbe a pagare nemmeno un giorno dello stipendio di Wayne Rooney. I soldi presi dalla FifPro e il risarcimento stabilito dalla corte sono stati inghiottiti dagli avvocati e dalle spese processuali. La mia carriera finì il 15 dicembre 1995. Quando tornai in Belgio, dopo aver giocato in un paio di squadre all’estero, lo Charleroi mi offrì un salario bassissimo perché sapevano chi ero e per loro rappresentavo un rischio. I soldi che mi proposero non bastavano neppure per pagare l’affitto di casa. Tornai a Liegi e trasformai il garage dei miei genitori in un monolocale per vivere. Quando i miei avvocati contattavano i club per permettermi di tornare a giocare, la risposta era sempre la stessa: ‘No, grazie. Auguriamo buona fortuna al signor Bosman, ma noi abbiamo già i nostri calciatori’”.