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Donald Trump si vanta di frequente del gran numero di guerre a cui sarebbe riuscito a porre fine da quando è tornato alla presidenza degli Stati Uniti, a gennaio. A volte dice di aver contribuito a cinque accordi di pace, altre volte a sei o sette, comunque abbastanza da fargli meritare, secondo lui, il premio Nobel per la Pace.
La scorsa settimana la sua amministrazione ha diffuso il Documento sulla strategia per la Sicurezza nazionale, che definisce in modo ufficiale la propria visione e i propri obiettivi in quell’ambito. Lì le “paci” di Trump sono diventate otto: Thailandia e Cambogia; Kosovo e Serbia; Repubblica Democratica del Congo e Ruanda; Pakistan e India; Israele e Iran; Egitto ed Etiopia; Armenia e Azerbaijan; e Israele e Hamas. La realtà è che in alcuni di questi casi non sono stati realizzati veri accordi di pace, e in altri il contributo di Trump è stato spesso limitato (ne abbiamo parlato qui). Soprattutto, due di questi accordi si stanno già sfaldando, dato che nei paesi in questione i combattimenti sono ripresi.
Il primo accordo che si sta sfaldando è quello tra Thailandia e Cambogia. La guerra tra i due paesi era cominciata lo scorso luglio, quando per cinque giorni c’erano stati attacchi e bombardamenti in varie località sul confine che sono da tempo contese, per ragioni militari ma anche storiche e religiose. A luglio i combattimenti si erano conclusi con un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, e Trump aveva sottolineato il proprio ruolo nella fine delle ostilità, che sono riprese pochi giorni fa.












