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9 DICEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 8:09
Anche la scenografia era stata studiata: per l’occasione, si è scelta la sede dell’U.S. Institute of Peace, che ha appena cambiato nome, ribattezzato “Donald J. Trump Institute of Peace”. E quale miglior occasione per inaugurarlo, che siglarvi l’accordo che si propone di metter fine a una guerra durata oltre trent’anni? Sia il luogo e che l’accordo siglato il 4 dicembre a Washington incarnano perfettamente l’essenza delle “pax trumpiane”: accordi economici a vantaggio degli Stati Uniti, che per portare miglior profitto hanno probabilmente bisogno che le armi tacciano. Anche se, a guardarla dal terreno, non si direbbe proprio che giovedì sia stata firmata la pace tra Rwanda e Repubblica Democratica del Congo. Anche nelle ultime ore, infatti, alcuni grossi villaggi del Sud Kivu, al confine con il Rwanda, si sono svuotati a causa di pesanti combattimenti fra le forze governative da un lato e il gruppo armato M23 dall’altro e la popolazione di nuovo in fuga, con un fagotto di povere cose sulla testa.
Una realtà sul terreno che a Washington non è stata contemplata: nella conferenza stampa finale, Donald Trump ha tessuto elogi infiniti del grande accordo siglato e della fine di un conflitto che – ha riconosciuto – ha lasciato sul terreno negli anni uno spaventoso numero di morti: “Ben oltre dieci milioni”, ha confermato Trump, come attestano del resto la maggior parte delle stime. La guerra più sanguinosa al mondo dopo le guerre mondiali. Un conflitto complesso, stratificato e regionale. E infatti ieri erano presenti a Washington anche i presidenti di Angola, Burundi, Kenya, il premier togolese, il vicepresidente ugandese, i ministri degli esteri di Qatar e Emirati Arabi, il presidente della Commissione dell’Unione Africana. E poi, ovviamente, il segretario di Stato Usa Marco Rubio e l’inviato speciale per l’Africa Massad Boulos, consuocero di Trump.













