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Ultimo aggiornamento: 16:21

Come dicono gli anglosassoni, “il Diavolo si nasconde nei dettagli”. E i dettagli nell’accordo di pace mediato da Donald Trump tra il Rwanda e la Repubblica Democratica del Congo (RDC) non mancano davvero. Più che il Diavolo, però, tra le righe del documento si intravede la sagoma del Dragone cinese. La traballante intesa sta già facendo discutere. Non solo perché, dopo la firma del 4 dicembre, nella regione orientale del Congo sono ripresi i combattimenti con il M23, il gruppo separatista sostenuto da Kigali. Le condizioni imposte dal presidente americano ai due Paesi rivali richiedono al governo di Kinshasa gravose concessioni con un forte impatto sull’industria mineraria congolese. Settore che conta per oltre la metà del Pil nazionale.

Tralasciando i risvolti legati alla spinosa ingerenza di Washington nella sovranità della RDC, il “trattato ineguale” concertato da Trump riguarda molto da vicino anche la Cina. Ad oggi sono almeno una quindicina le miniere operative e oltre trenta i siti minerari in varie fasi di sviluppo (esplorazione, costruzione e produzione) controllati o partecipati da aziende cinesi. Se si restringe la lente solo sulla raffinazione del cobalto, il coinvolgimento della Repubblica popolare riguarda ben il 90% del comparto. Anche se quanto estratto proviene da giacimenti a gestione mista o artigianale.