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Come nasce l'ossessione da partite e consolle. "La ricompensa ludica stimola dopamina"
Il controller vibra tra le mani. Ancora una partita, solo un’altra missione, un ultimo livello. Poi basta, giuro. Ma quel «poi» viene rimandato e rimandato ancora. E, subdola, la passione per i videogiochi si trasforma in dipendenza, come fosse droga. Accade a un ragazzo su 10. A confermarlo è uno studio pubblicato su Addiction e coordinato dalla Norwegian university of Science and Technology. L’analisi ha preso in considerazione giovani tra i 10 e i 18 anni e in molti (soprattutto nei maschi) ha rivelato i sintomi dell’Igd, vale a dire dell’Internet gaming disorder. Dipendenza. Quella strana adrenalina che lascia svegli nel cuore della notte, che fa saltare i pasti pur di stare mezz’ora in più davanti allo schermo e che svuota le giornate di persone reali.
Non è il videogioco in sé il nemico. È quella sensazione che cresce sottopelle: l’irrequietezza quando sei lontano dalla console, l’ansia che ti rode quando non puoi giocare, la certezza distorta che la vita vera - quella con le sue imperfezioni, i suoi fallimenti, le sue frustrazioni - valga meno di quella digitale, dove sei eroe, campione, vincitore. Dove ogni problema ha una soluzione, ogni sfida un tutorial, ogni morte una seconda possibilità.






