Ci sono le analisi di campo e quelle extra. Partiamo dalle prime, certamente molto importanti: l’Inter deve ancora crescere dal punto di vista dell’applicazione, deve migliorare quando si tratta di “restare sul pezzo” nei cosiddetti scontri diretti, non deve ignorare uno score fin qui non brillantissimo (6 partite perse su 21 giocate), né cullarsi sui commenti tipo «I nerazzurri giocano bene anche quando perdono» che lasciano il tempo che trovano e, al limite, fanno incazzare anche di più. Su queste cose si devono fare importanti passi avanti, fondamentali se si vuole provare a vincere. E fin qui siamo alla scoperta dell’acqua calda.

Ora, altra acqua calda. Il rigore assegnato l’altra sera al minuto 88’ di Inter-Liverpool non è un banale errore del tipo «e vabbé, succede», perché è vero, succede, ma è l’ennesimo caso questa volta internazionale - di benedetta tecnologia applicata al calcio e, però, maltrattata da chi è demandato a decidere (sì, gli arbitri). Pensare che un match assai importante di Champions - la competizione per club più importante del globo - sia deciso non da una grande giocata, ma dalle sinapsi pazzerelle del varista di turno, è la riprova che il calcio sta vivendo una pericolosa fase di mezzo, quella che sta trasportando il movimento dalla Preistoria all’Era Moderna ma ha affidato il tutto a una categoria che ha il terrore di perdere la sua centralità e, per questo, prova a imporla nei modi più strampalati.