Da un lato la sinistra; dall’altro la realtà. Così, mentre l’Unione europea adotta un nuovo approccio nei confronti dell’immigrazione irregolare, sdoganando, potenzialmente, il modello italiano dei centri in Albania, l’opposizione sale sulle barricate. E con essa pure i vescovi italiani. Già perché il governo di Giorgia Meloni non deve guardarsi solo dall’opposizione in Parlamento ma anche da quella delle ong e persino dalla Conferenza episcopale. Che non disdegna aspre critiche all’esecutivo e alla stretta contro i clandestini varata dal Consiglio europeo. Critiche che i vescovi recapitano sia attraverso il loro quotidiano, Avvenire, sia tramite la loro fondazione Migrantes che, con un tempismo quasi sospetto, pubblica un rapporto sull’immigrazione il giorno dopo che il Consiglio europeo ha approvato a maggioranza la stretta sui migranti che confluirà nel nuovo Patto Asilo e migrazione, in vigore il 12 giugno 2026. Ma andiamo con ordine.

L’attacco parte dalle colonne di Repubblica. È la capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, a lanciarlo: l’accordo sui rimpatri raggiunto a Bruxelles dai ministri dell’Interno «è un passo indietro sui diritti e non cancella l’enorme spreco di risorse» sottolinea. Il rischio, secondo Braga, è che le strutture albanesi non possano diventare dei “return hub”, ovvero hub di rimpatrio, come ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ma semplicemente dei Centri di permanenza per il rimpatrio come quelli già presenti in Italia. «Il rischio è questo» spiega Braga. «C’è stato uno spreco di risorse che continuerà ad esserci. Sono stati costruiti due centri e uno di questi è praticamente sempre stato chiuso mentre l’altro è costantemente sottoutilizzato» aggiunge. «Non a caso lo sperpero è stato denunciato non solo dalle visite e dalle ispezioni ripetute fatte dai parlamentari del Pd, ma anche da segnalazioni agli organi di controllo, dalla Corte dei conti all’Anac».