Il ridimensionamento della figura di Francesca Albanese - eletta troppo presto nuova profeta della sinistra nostrana passa per Firenze. Dove ora, non solo l’ipotesi di conferirle la cittadinanza onoraria è decaduta rovinosamente, ma anche ospitarla a Palazzo Vecchio per parlare del suo report sul “famigerato genocidio” sembra diventato un tabù. Con accuse incrociate, sgambetti e tentativi disperati di mediazione in una sinistra fiorentina sempre più spaccata. Eppure, fino a poche settimane fa partiti e associazioni se la litigavano. La fiumana pro-Pal nelle piazze aveva fatto gola a tutti i segretari del campo largo e non solo. Tanto che decine di giunte rosse hanno fatto a gara per assegnarle riconoscimenti e ottenere il suo supporto. Poi qualcosa si è rotto. Una dichiarazione dopo l’altra, la Albanese è stata la causa della sua stessa rovina. E, pian piano, la fila per “abbeverarsi” alla sua fonte si è dileguata.

Il caso fiorentino rappresenta la cartina di tornasole perfetta della sua caduta. Lanciata in fretta e furia la proposta di insignirla della cittadinanza onoraria per non rimanere indietro rispetto ad altri capoluoghi rossi come Bari e Bologna, le invettive dell’inviata Onu contro i giornalisti dopo l’assalto dei centri sociali alla redazione de La Stampa hanno bloccato tutto. A mettere la parola fine sull’onorificenza alla Albanese è stato il sindaco dem Sara Funaro, definendola «non opportuna». Una presa di posizione che ha generato non pochi malumori nella maggioranza, sia nella corrente “schleiniana” del Pd che negli alleati di Avs. Lo stop all’idolo dei pro-Gaza ha scatenato anche l’estrema sinistra cittadina - da Potere al Popolo a Rifondazione, tutto quel mondo che ora fa riferimento all’ex candidata a governatore della Toscana Antonella Bundu - promotrice della risoluzione che puntava a farle avere il riconoscimento.