di Sara Gandini e Paolo Bartolini

I social non sono sempre luoghi di deprimente appiattimento, politico e culturale: a volte permettono di far circolare interventi e informazioni che non ottengono spazio nei telegiornali e sulla stampa mainstream. In particolare ci ha colpito uno spezzone rivelatore del giornalista Marc Innaro (tratto dal convegno “EMD2025: Quod Erat Demostrandum” organizzato da a/simmetrie) nel quale questo professionista dalla schiena dritta racconta il clima di censura e intimidazione a cui sono stati soggetti coloro che hanno voluto semplicemente offrire una prospettiva alternativa su quanto stava (e sta) accadendo all’incrocio dei tre punti dirimenti dell’attuale età dell’emergenza: la gestione pandemica, la guerra in Ucraina, il genocidio (ancora in corso) che Israele sta portando avanti ai danni dei palestinesi.

Innaro ha spiegato in modo chiaro come in Rai si è fatto di tutto per scoraggiare i giornalisti a fare il loro lavoro e testimoniare ciò con cui venivano a contatto. Durante una intervista a Che tempo che fa, Innaro ha infatti raccontato che in Russia la gestione della pandemia era meno “blindata”, più attenta a non opprimere angosciosamente la popolazione usando misure di buon senso, come permettere ai supermercati di avere orari prolungati, pagati dallo stato, e mezzi pubblici più frequenti per evitare affollamenti.