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Ultimo aggiornamento: 7:30 del 8 Dicembre
C’è una nuova generazione di avvocati che sta crescendo ai quattro angoli del pianeta con in testa, ma soprattutto nel cuore, un obiettivo molto chiaro: fare terra bruciata, professionalmente parlando, intorno all’industria fossile. Possiamo chiamarli “avvocati per il clima”. A livello internazionale vengono di solito indicati come climate conscious lawyers.
È un fenomeno che si sta sviluppando su sentieri per certi versi intrecciati con quelli delle climate litigation, le cause climatiche. Quelle che hanno fatto sì che il clima irrompesse nelle corti di giustizia di più alto grado del mondo, come la Corte europea dei Diritti dell’Uomo o la Corte Internazionale di Giustizia. Ma c’è molto di più. Perché l’impatto che avvocati e studi legali hanno sulla società va evidentemente molto al di là delle aule dei tribunali.
Da tempo avevo maturato la convinzione che gli avvocati per il clima potessero diventare un fattore (molto!) rilevante nella lotta alla crisi climatica. Ne sono diventato ancora più convinto, e penso che potrebbe accadere più rapidamente di quanto si possa pensare, dopo aver seguito un evento incredibilmente stimolante organizzato da Lsca-Law Students for Climate Accountability: è l’iniziativa, di cui ho già parlato su questo blog, con cui una rete di studenti di legge statunitensi ha preso a monitorare e valutare le relazioni fra i più grandi studi legali Usa e le società fossili. Il cui business – repetita iuvant – è di gran lunga il principale responsabile del collasso climatico in atto. Checché ne dica la signora Ursula von der Leyen, che oltre a non aver mosso un dito per fermare il genocidio a Gaza se n’è uscita giorni fa con un’affermazione che la dice lunga sul modo totalmente distorto in cui intende la lotta alla crisi climatica: non dobbiamo combattere le fossili, ipsa dixit, ma le emissioni. Per dirla con Al Gore, ci prende per stupidi?






