Nell’industria italiana del riciclo, il 59% degli operatori è rappresentato da microimprese, con meno di 10 addetti e ricavi inferiori a 2 milioni di euro: una quota che nel Sud e nelle isole arriva al 69%. Del resto, il 31% è costituito da piccole aziende, con meno di 50 dipendenti e ricavi inferiori ai 50 milioni, e solo l’1% da grandi, con più di 250 persone e più di 50 milioni di ricavi. La fotografia emerge dal report “L’Italia che ricicla 2025”, presentato il 5 dicembre, promosso dalla sezione Unicircular (unione imprese economia circolare) di Assoambiente, l’associazione delle aziende di igiene urbana, riciclo, recupero, smaltimento rifiuti, bonifiche. In particolare, l’analisi sulle performance economico-patrimoniali delle aziende italiane del riciclo è stata condotta dalla società di ricerca e consulenza Ref, su un campione di 1.192 operatori (e bilanci 2023).

Le performance economiche

Lo studio mostra come il volume dei ricavi nel perimetro considerato sia pari a oltre 5,6 miliardi di euro, la maggior parte prodotti da un numero ristretto di aziende di grandezza maggiore. Se una dimensione ridotta risulta infatti un fattore di adattamento al mercato e di flessibilità, allo stesso tempo rappresenta un limite di tipo organizzativo e finanziario. Le imprese più grandi presentano una maggiore produttività del lavoro (483mila euro per addetto contro i 123mila delle piccole), migliore posizione finanziaria e accesso al credito, con conseguenti risorse per investire in impianti, tecnologie e innovazione. Anche se lo studio nota una difficoltà nel tradurre le maggiori dimensioni in minori costi, da qui l’omogeneità di performance di redditività, con l’Ebitda margin medio pari al 13% che rimane al 13% per le piccole e sale al 15% per le grandi.