«Lotto ogni giorno contro la parte malata di me, quella con i brutti pensieri e brutti ricordi, quella che vuole farsi fuori». Tabata aveva affrontato a viso aperto la sua malattia, quel suo essere «borderline» sempre in bilico sulle montagne russe dell’inconscio. Anzi, si era anche raccontata sui social, mostrando a tutti che lei, in fondo, sapeva essere forte. Fino a quel 16 luglio 2023, quando l’altra parte di lei ha avuto il sopravvento. Ha preso un sacchetto della spazzatura e se l’è stretto intorno al collo, fino a togliersi il respiro. Era ricoverata da alcuni giorni nella clinica San Michele di Bra. Nessuno se n’è accorto. Tabata aveva 20 anni. La richiesta di risarcimento Undici persone sono indagate dalla Procura di Asti con l’accusa di omicidio colposo, per non aver fatto il possibile per impedire l’evento. Secondo l’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Laura Deodato, la struttura non avrebbe esercitato un controllo «costante della degente». Tra gli indagati, il legale rappresentante della casa di cura, Sergio Patria, la dottoressa Stefania Colla, il coordinatore infermieristico Riccardo Vacchetta, e altri assistenti e operatori sanitari. La famiglia si è costituita parte civile, tramite l’avvocato Luisa Marabotto, che ha depositato una richiesta di risarcimento di oltre un milione di euro. In più, l’altro ieri, nella prima udienza di fronte al giudice per l’udienza preliminare, ha chiesto la citazione della clinica in qualità di responsabile civile. Il sacchetto preso da un bidone dei rifiuti Tabata amava la musica e i tatuaggi. «Ogni tatuaggio dice la sua su chi sono», scriveva. Come quelle maschere disegnate sulla pelle: una che ride e l’altra che piange. Combatteva con l’anoressia e con quel disturbo della personalità che la rendeva sfuggente, a volte indecifrabile. E spesso spietata con se stessa, con il suo corpo. Ricoverata in quella clinica il 13 luglio, aveva già manifestato i suoi propositi in vari modi. Inseguiva la morte cercandola in ogni oggetto. Secondo l’accusa la clinica non avrebbe «adottato tutte le cautele» per metterla al riparo da se stessa. Quel sacchetto di plastica l’ha prelevato da un bidone dei rifiuti che si trovava nel corridoio, «di fronte alla stanza di degenza, in prossimità dei distributori automatici di alimenti e di bevande». La Procura ha indagato tutto il personale che si è avvicendato dal 13 al 16 luglio. «In questo elenco - spiega l’avvocato Massimo Rosso, legale di uno degli accusati - è compreso anche chi ha svolto un ruolo del tutto marginale. Si tratta di una vicenda molto triste dal lato umano e credo che il giudice per l’udienza preliminare possa fare piena chiarezza sull’accaduto e sulle eventuali responsabilità».