Sono ragazzi che assorbono il rumore del quartiere come fosse un battito cardiaco collettivo: il fruscio delle serrande abbassate, lo scatto delle moto che sfrecciano senza casco, gli schiamazzi sul campo di cemento. In questo paesaggio, la mancanza di spazi culturali e sportivi non è un semplice dettaglio urbanistico: è un vuoto simbolico che lascia i giovani soli davanti ai loro bivi. C’è chi trova nella strada un maestro severo ma efficace: insegna a cavarsela, a sopravvivere. E c’è chi invece vi finisce schiacciato, risucchiato da dinamiche più grandi di lui. La marginalità, quando diventa quotidiana, smette di essere percepita come tale: diventa normalità. E in quella normalità il disagio cresce invisibile, finché esplode in episodi che noi media raccontiamo con fretta e giudizio, dimenticando di chiederci come ci si è arrivati.