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In entrambi i casi il corpo femminile viene ridotto a oggetto di consumo. Non è cambiata la violenza ma la nostra capacità di chiamarla col suo nome. E forse, finalmente, non ci fa più ridere

Una volta si trovavano numeri di telefono scritti con il pennarello sui muri di un bagno. Sopra, un nome – un nome qualsiasi, che potrebbe essere di chiunque: Monia, Maria, Lucia – e una frase: “Fa i pom***i”, o qualche altra promessa di disponibilità sessuale. Succedeva negli autogrill, nelle discoteche, nei bar. Succedeva – eccome – anche nei licei. Era grave anche allora. Solo che si faceva finta di niente. Si chiamava “goliardia”. Veniva liquidata come una bravata, una stupidaggine da adolescenti, una cosa sporca ma innocua. Le ragazze arrossivano, abbassavano la testa, magari cambiavano bagno. Gli adulti sorridevano storto, i maschi ridevano e il mondo andava avanti.

Oggi, al posto di quella scritta, compare una "lista degli stupri". Stessa parete, stesso contesto, stesso sistema di potere. Cambia la parola, cambia la percezione. Non è più una volgarità da ridere sotto i baffi. È una minaccia. Un messaggio di dominio. Un atto di violenza psicologica che simula una pianificazione criminale. La differenza non è nella natura del gesto perché la matrice è la stessa, ma nella sua nudità.