La figura dovrebbe garantire ascolto imparziale e interventi concreti in caso di mobbing, discriminazione e molestie. Come funziona? E soprattutto: funziona?
di Sarah Barberis
Nel 2025, secondo le ricognizioni disponibili sulla pubblica amministrazione italiana, risultano attive solo circa cento Consigliere di fiducia a livello nazionale: una presenza ancora insufficiente rispetto alla domanda crescente di supporto su casi di mobbing, discriminazione e molestie. La figura, prevista dalle normative interne, dovrebbe garantire ascolto imparziale e interventi concreti. Ma, come mostra la lettera di Viviana, la distanza tra teoria e pratica può essere ampia. Questa settimana Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica, ci offre alcune indicazioni specifiche e puntuali per riconoscere una Consigliera davvero di fiducia e cosa fare se capiamo che non sta facendo tutto quello che potrebbe fare per risolvere il nostro problema. Se desiderate raccontare la vostra storia potete scrivere a donnelavoro@repubblica.it e la redazione la valuterà
Cara redazione, mi chiamo Viviana e vi scrivo perché ho letto la storia di Carla?, una lavoratrice del settore pubblico che ha subito mobbing (perché di questo si tratta) per 33 anni e che poi ha dovuto arrendersi, dimettendosi per preservare un barlume di salute mentale. Mi sono riconosciuta molto in quella vicenda. Fortunatamente per me, la mia esperienza in una pubblica amministrazione è durato molto meno: solo 3 anni e mi sono bastati. Anche io, come Carla, ho sopportato dirigenti arroganti, superbi, incapaci del minimo rapporto umano con i propri collaboratori. Il tutto nel silenzio generale dei colleghi, che non si sono mai espressi a mia difesa, spaventati da possibili, anzi certe, ritorsioni. Io però ho reagito: ho rivolto la mia denuncia alla Consigliera di fiducia dell’ente per cui lavoravo – e anche a un legale. Purtroppo, è servito a ben poco. La Consigliera di fiducia non mi è sembrata per nulla indipendente: oltre a riferire all’Amministrazione le denunce che riceve, non ha mosso un passo concreto. Non ha verificato fino in fondo che le discriminazioni o le situazioni di mobbing venissero eliminate, come la legge stessa impone all’amministrazione pubblica. Non ha avviato un’istruttoria seria, non ha convocato testimoni, non ha garantito un percorso effettivo di tutela. Perché in certi ambienti non si vuole che il substrato cambi. Ho lavorato in un contesto in cui regna una logica gerarchica, militare: nonnismo, nepotismo, vendette personali, punizioni. A me è sembrato un ambiente non molto diverso da una caserma. Quindi, certo: segnalare ai lettori che esiste la figura “terza” della Consigliera di fiducia è importante. Ma per esperienza personale posso dire che, oggi, spesso si tratta solo di una figura formale, poco sostanziale. Grazie per l’attenzione e spero di non leggere più storie come quella di Carla… o la mia. Buon lavoro. Viviana Risponde Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica “La lettera di Viviana è forte. Sembrano pochi, ma tre anni dentro un sistema che ti logora sono tre anni di troppo, e il fatto che lei abbia trovato la forza di denunciare e poi di scegliere la sua salute mentale è esattamente quello che consigliamo a tutte le donne che si trovano nella sua situazione. Il problema che solleva Viviana è reale: quando una Consigliera di Fiducia non è davvero indipendente, quando riporta all'amministrazione senza proteggere chi denuncia, quando non attiva investigazioni serie, tradisce il suo mandato. E questo va nominato con chiarezza. Ma ora vorrei parlare soprattutto a chi ci legge e potrebbe trovarsi in una situazione simile, perché questa storia solleva tre domande che servono a tutti. La prima è questa: Viviana scrive che "la Consigliera di Fiducia non è affatto una figura indipendente". Ma sta parlando della sua, o di tutte? Perché il rischio di generalizzare da una esperienza personale è che qualcun altro, leggendo, rinunci a cercare aiuto prima ancora di provare. Una singola esperienza negativa non cancella un'intera categoria professionale, così come un medico incompetente non rende inutile la medicina. La domanda vera è: come distinguere una Consigliera di fiducia che può aiutarci da una che è lì solo per compliance? Ecco i segnali: quando ti rivolgi alla Consigliera di Fiducia, deve garantirti riservatezza assoluta, ascoltarti, proporti azioni concrete, e non fare nulla senza il tuo consenso. Se non ti garantisce questo, è già un problema. La seconda domanda è più scomoda, ma necessaria: quando ci rivolgiamo a una Consigliera e questa non fa il suo lavoro, cosa facciamo? Viviana scrive che ha denunciato e che "è servito a ben poco". E poi? Quando una Consigliera di fiducia non si muove, puoi mandarle una e-mail chiedendo per iscritto: "Quali azioni concrete hai attivato sul mio caso? Perché non è successo nulla?". Una mail crea traccia. Se non risponde o ti dà risposte vaghe, quella e-mail testimonia il tuo tentativo e la sua assenza. A quel punto puoi rivolgerti direttamente al Cug (Comitato Unico di Garanzia), alla Consigliera di Parità, all'Ispettorato del lavoro. Quando un primo livello di tutela fallisce, esistono altri livelli. Se ci fermiamo al primo "no", perdiamo potere. La terza domanda è per le organizzazioni: quante pubbliche amministrazioni nominano una Consigliera di Fiducia per "spuntare la casella" della norma, ma poi non le danno né autonomia, né formazione, né risorse? Quante chiedono loro di "mediare" invece che di tutelare? Una CdF senza potere reale è peggio che non averla: è un'illusione di tutela che inganna chi soffre. Chi legge deve sapere: non tutte le Consigliere di Fiducia sono uguali. E quando una non funziona, la partita non è finita.






