Quando Mariapaola Cherchi, trent'anni di udienze e negoziati nelle aule di Bruxelles, ha varcato la soglia del commissariato, davanti a sé ha trovato un fascicolo del tutto sconosciuto.
Nessun avviso, nessun capo d'accusa anticipato, nessun indizio utile per orientarsi.
Soltanto pagine da decifrare all'istante, mentre la sua cliente più illustre, Federica Mogherini, stava per essere messa sotto torchio. Un confronto fiume, iniziato alle 14 e conclusosi a notte fonda. Una maratona di "dieci ore" nelle parole della legale, durante la quale l'ex Alta rappresentante dell'Ue ha risposto "a 360 gradi", senza eludere una domanda. Senza sottrarsi a nulla. Ma quel clima che Cherchi - con la misura del mestiere - prova a definire "sereno" lascia invece intravedere, in controluce, una giornata che all'ex numero uno della Farnesina ha piuttosto dato la vertigine dell'ignoto.
Prelevata alle prime luci dell'alba nella sua abitazione, davanti alla figlia, Mogherini è stata condotta in commissariato con modalità che - pur sotto la regia della procura europea - hanno evocato i blitz del Qatargate e i suoi lunghi mesi detenzione preventiva nelle carceri brussellesi. Metodi che hanno tramortito non soltanto lei, ma anche chi, nei corridoi comunitari, si sarebbe atteso una convocazione formale, una richiesta di chiarimenti da persona informata sui fatti. Non certo un fermo di polizia che, a detta di molti, conferma l'impronta aggressiva della giustizia belga.














