Prima l’attacco alla senatrice a vita Liliana Segre, ritenuta «poco lucida» perché nega che a Gaza ci sia un genocidio. Poi la bastonatura pubblica al sindaco Pd di Reggio Emilia Marco Massari, reo di aver parlato degli ostaggi israeliani in sua presenza. Infine la carezza ai centri sociali di Askatasuna dopo l’irruzione violenta alla redazione de La Stampa: «Condanno il blitz, ma sia di monito ai giornalisti». Francesca Albanese è caduta tre volte, e da nuovo Messia della sinistra si è trasformata nell’ennesima meteora dei progressisti italiani. La sua chioma grigia svolazzante, che incornicia gli occhialoni neri della relatrice speciale Onu, dovrebbe servire da monito per i compagni: occhio a idolatrare i fenomeni della mitologica società civile.

Perché il pantheon della sinistra, negli ultimi anni, è costellato solo da grandi abbagli. Aboubakar Soumahoro, deputato eletto nelle file di Avs e poi scaricato nel gruppo Misto dopo il ciclone giudiziario che ha travolto moglie e suocera, è l’esempio più lampante di questa moda. Il paladino dei migranti, l’uomo che regala i giochi ai bambini nordafricani delle favelas foggiane vestito da Babbo Natale, l’alter ego di Salvini immortalato dalla indimenticabile copertina dell’Espresso del 2018 intitolata “Uomini e no”.