Roma, 1 dic. (askanews) – Venne presentato come la grande rivoluzione del fisco italiano: un accordo preventivo tra contribuenti e amministrazione finanziaria per stabilizzare il gettito, ridurre l’evasione e migliorare la fiducia reciproca. L’obiettivo del concordato preventivo biennale (CPB) era ambizioso: portare il contribuente a un patto di collaborazione e prevedibilità. Ma i primi dati raccontano una storia diversa. “Il concordato – osserva Luca Ferrini, dottore commercialista, difensore tributario e autore del libro Il patto con il diavolo. Opportunità e trappole del concordato preventivo biennale – ha attratto soprattutto chi era già in crescita economica. E chi cresce, per definizione, finirà per pagare meno tasse. È un paradosso aritmetico che penalizza lo Stato”.

Il funzionamento del CPB è tecnicamente raffinato, ma i suoi effetti pratici lo sono molto meno. Il sistema dell’Agenzia delle Entrate, partendo dai dati storici e dagli indici di affidabilità fiscale (ISA), formula per ciascun contribuente una proposta di reddito imponibile per i due anni successivi. Se il contribuente accetta, blocca il reddito e ottiene in cambio due anni di “pace fiscale”, con proclamati minori controlli e relativa certezza tributaria. Ma, spiega Ferrini, “se al concordato aderiscono solo i soggetti in crescita, lo Stato finisce per rinunciare a tassare i guadagni futuri. È un meccanismo che produce un buco, non un beneficio. La matematica, questa volta, non è neutrale”.