Reggio Calabria è ultima per il secondo anno consecutivo nella classifica della Qualità della vita. Ma non solo: è ultima anche in termini di peggioramento dei singoli indici. Se nel 2024 la provincia era oltre la 100ª posizione in 16 indicatori su 90, nel 2025 è oltre la posizione 100 in 27 dei 90 indicatori. Segnale inequivocabile di un abbassamento complessivo delle condizioni di vita di un territorio che, all’apparenza, sembra avere tutto per garantire ai propri cittadini un buon livello di vita.

Massimo Troisi diceva che si era stancato di sentir dire che a Napoli c’è il sole e il mare, che preferiva la pioggia e il lavoro. Con le dovute proporzioni, lo stesso si può dire di Reggio Calabria. Entrando in città da Nord, dalla bretella del porto che introduce al lungomare, si ha l’impressione di trovarsi in un posto baciato dalla fortuna. Lo Stretto di Messina, l’Etna innevato che sbuffa sullo sfondo, il mare che sberluccica e che, secondo la leggenda della Fata Morgana, restituisce a chi lo guarda l’immagine riflessa della Sicilia. Una leggenda e un’illusione, appunto. Alla bellezza di questo chilometro e mezzo punteggiato da un giardino botanico con piante lussuriose e sormontato dall’elegantissimo Corso Garibaldi, la strada dello struscio, fanno da contraltare periferie in cui il degrado è visibile a occhio nudo: strade dissestate, incuria diffusa, auto vecchie e rumorose. Una situazione simile a quella della provincia, dei tre territori che la compongono: la Locride sullo Jonio, la Piana di Gioia Tauro sul Tirreno, l’Aspromonte che li divide appoggiandosi su Reggio Calabria.