Il nuovo divieto sulla carne di cane e di gatto a Jakarta ha acceso un confronto aperto tra chi vede in questa misura un passo avanti sul fronte sanitario e del benessere animale e chi la vive come un attacco alla propria tradizione alimentare. La norma concede sei mesi di transizione prima dell’applicazione piena, ma il dibattito è già rovente. Sul terreno si intrecciano abitudini radicate, timori per la rabbia e un mercato che ora rischia di scivolare ancora più nel clandestino.
Il divieto e le prime reazioni
Sedere davanti a un banco vuoto e consumare riso, sambal verde e carne di cane grigliata era normale per Alfindo Hutagaol. Ora non lo è più. Da questa settimana, a Jakarta sono vietati il commercio e il consumo di animali considerati vettori di rabbia, tra cui cani e gatti. La misura, firmata dal governatore Pramono Anung, introduce una fase transitoria di sei mesi.
La capitale indonesiana è uno dei pochi luoghi al mondo dove la vendita di carne di cane e di gatto era ancora consentita, anche se la pratica non riguarda la maggioranza musulmana. In alcune minoranze resta però un’abitudine radicata.
Per Alfindo, 36 anni, il divieto è ingiustificato. Le sue parole, pronunciate prima della firma ufficiale, restano oggi al centro della discussione.







