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Ultimo aggiornamento: 7:17

di Silvano Poli

Z. Mamdani e D. Trump condividono qualcosa di profondo: sono entrambi cresciuti nel Bronx. Può sembrare un’inezia, ma in quest’epoca di localismo e declino ideologico condividere i luoghi e gli umori in cui si è cresciuti può spiegare molto più dei vari sondaggi e studi. Ad accumunare Trump e Mamdani è infatti lo stile, l’intensità della comunicazione propria del quartiere in cui sono cresciuto: un tratto che, come mostrano i risultati, oggi è l’arma decisiva che li rende dei vincenti.

Per questo motivo, il loro incontro alla Casa Bianca di pochi giorni fa (21/11) era uno degli eventi più attesi da partiti e stampa. La ragione è che nessuno sapeva bene cosa aspettarsi. Con Mamdani non sappiamo ancora bene come regolarci, ma Trump è ormai celeberrimo per i suoi repentini cambi d’opinione e strategia. Nei giorni precedenti, per mettere in difficoltà il futuro sindaco, aveva minacciato la militarizzazione della città. Poi i toni si erano fatti più distesi, con Trump che aveva persino aperto ad una collaborazione. Alla fine, come riportato da tutte le fonti stampa, la tregua è stata siglata; e questo nonostante i tentativi di surriscaldare il confronto da parte dei media e delle loro domande scomode. L’ormai immancabile ciliegina mediatica che rende l’evento virale è la provocatoria domanda di una giornalista che chiede a Mamdani di confermare se, in linea con una sua precedente dichiarazione, considera ancora Trump un “fascista”. A rispondere è, tuttavia, il presidente che, palesando tutta la sua esperienza e il suo talento comunicativo, eradica il problema e “assolve” un balbettante Mamdani con un “puoi dire di sì. È più facile, non mi importa”.