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Ultimo aggiornamento: 13:45
Da una parte la demonizzazione. Dall’altra la santificazione, il trionfo da remoto con relativo accostamento a se stessi e alla propria visione del mondo. La classe politica italiana reagisce alla elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York con i consueto dis-equilibrio, la consueta tendenza a esasperare i toni dal suo punto di osservazione assai poco privilegiato: quello della provincia dell’impero.
Perfetta incarnazione dei tempi che stiamo vivendo, Roberto Vannacci ha salutato il voto nella Grande Mela con i contenuti e i toni che sono propri. “24 anni dopo l’11 settembre, New York ha un sindaco musulmano – ha scritto sui social l’ex generale dell’esercito campione di preferenze alle europee con la Lega -. Così l’occidente celebra la propria resa culturale chiamandola progresso”.
Sempre sullo stesso fronte Claudio Borghi, senatore della Lega dall’inesauribile vena comica, per quanto spesso involontaria, fotografa il risultato da un altro punto di vista: “Ma davvero c’è chi pensava di vedere un repubblicano a New York? – domanda su X – Ma lì è come la zona 1 di Milano. Voterebbero anche l’Ayatollah Khamenei per sentirsi buoni. Il tutto mentre frustano le sette filippine assunte in nero che gli stanno caricando il suv in partenza per St. Moritz”, scrive ancora Borghi spostando non senza una qualche ragione l’attenzione sulla gauche caviar italiana.













