La chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco è un antico mistero tra i tanti della città di Napoli. È un sussulto di stupore, una emozione infinita che da secoli inonda chi si trova a passare per il decumano maggiore. Marmi ed ori, suppellettili e sculture preziose, le tele di Massimo Stanzione, di Luca Giordano, di Andrea Vaccaro, angeli e teschi, quello “alato” di Dionisio Lazzaro è stupore inorridito di scultura prodigiosa. Il visitatore poi avverte la forza che dall’ipogeo ritorna in superficie. La terra dei morti che chiede vita è dimora di “anime pezzentelle” ivi inumate e non dimenticate, testimoni dell’amore di altri successivi parenti. Mistero che si somma a quelli precedenti.
Se ne è lasciato ferire Mauro Maurizio Palumbo, che è artista e studioso, autore e protagonista di “performances art site specific” realizzate in luoghi di suggestione e storia con cui intesse dialoghi subliminali, in cui costruisce forme sfuggenti, deliri inafferrabili, suggestioni visionarie. Non spettacoli dunque ma “opere d’arte effimere e irripetibili tal quale” dice, cercando di illustrare il suo lavoro a chi gli chiede una definizione e una replica. Nell’antica chiesa che gli è stata concessa per qualche ora come dimora dello spirito oltre che del corpo, ha realizzato il suo “Trapassati”. Concerto di gesti e sintonie spirituali “Trapassati” s’è potuto ammirare nel tempo breve che va avanti da mezzogiorno per trenta minuti circa, scandendo la giornata e ferendola, dividendola e moltiplicandola come per un prodigio. “Trapassati” come un incontro che mette insieme le tensioni silenziose della terra “di sotto” con quelle rumorose della città “di sopra”. Per Mauro Maurizio Palumbo con tutta evidenza il tempo è linea che si flette, lo spazio e sussulto. Fuori dalla chiesa la folla rumorosa della strada che guarda dalle porte spalancate e, se vuole, può entrare curiosa e rimanere dento quel tempo di seduzione e stupore. Palumbo ha con sé due compagni di viaggio, due altri corpi e pensieri d’artisti, Ilaria Tucci, soprano drammatico, e Ciro Riccardi maestro di tromba. Due padroni dei suoni che irrompono in somma con il silenzioso agire del performer, triangolando la voce di lei e l’urlo dolce dello strumento con i suoni, le grida, i mormorii che la strada rimanda. Somma di pensieri e di azioni costruite seguendo il filo dipanato nel suo silenzioso comunicare da Mauro Maurizio Palumbo. L’artista ha i gesti per un racconto che i più attenti possono afferrare nel movimento rapido, non parole ma emozioni carpite dallo spazio che determina il percorso; ha metri di stoffa del colore dei marmi e della terra che tiene in serbo le “anime pezzentelle” che sembrano muoversi in somme misteriose, giovani e vecchi, uomini, donne, bambini le cui forme e i cui segno si afferrano per scomparire mutando. Inafferrabili, ché le anime non hanno sesso e forma e il loro aspetto è sfuggente e impreciso e lo spazio tutt’intorno offre i codici della lingua segreta che si moltiplica con la sua storia di secoli.







