Era considerato il "papà del tatuaggio italiano", ma Gian Maurizio Fercioni, scomparso a 80 anni giovedì 27 novembre dopo una lunga malattia, non è certo stato solo questo: scenografo e costumista nei teatri di mezza Europa, nel 1972 aveva fondato il Parenti - che all'epoca si chiamava Salone Pier Lombardo - insieme ad Andrée Ruth Shammah, Giovanni Testori e allo stesso Franco Parenti.
"Sono fiero di far parte di quel gruppo di matti che ha fatto un pezzo di storia del teatro" raccontava qualche mese fa a Repubblica, nella stessa intervista in cui si definiva "un artigiano che va per mare".
Nato a Milano, Fercioni era un marinaio nell'anima, tant'è vero che per il suo studio - il primo di Milano, aperto nel 1970 in via Formentini, nel punto consigliato da una delle prostitute che allora frequentavano Brera, fra le sue prime clienti e sostenitrici - scelse il nome Queequeg, come il ramponiere maori della Pequod, in Moby Dick.
D'altra parte, aveva più volte spiegato nel corso degli anni, il suo amore per i tatuaggi era nato nel porto di Viareggio, che frequentava spesso da ragazzo, guardando i marinai, personaggi che sembravano usciti dalle pagine di un romanzo d'avventura e portavano le loro storie impresse sulla pelle.







