Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
29 NOVEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 9:25
La scelta delle gemelle Kessler di ricorrere al suicidio assistito in Germania ha riportato in primo piano un tema che in Italia resta irrisolto: il fine vita. Dal 2019, con la sentenza sul caso di Dj Fabo, la Corte costituzionale ha depenalizzato il suicidio medicalmente assistito, riconoscendo il diritto delle persone di anticipare una morte comunque imminente, perché affette da patologie irreversibili che provocano intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche e dipendenti da trattamenti di sostegno vitale. Si tratta di una cornice molto più ristretta rispetto a quella tedesca, dove la malattia non è un requisito obbligatorio e l’unica condizione essenziale è che la scelta sia libera, consapevole e autonoma.
Negli anni, il Parlamento italiano non ha mai trasformato i principi indicati dalla Consulta in una legge organica. Anzi: negli ultimi mesi il governo Meloni ha provato a bloccare anche il tentativo della Toscana – la prima Regione a legiferare sul tema – e della Sardegna di definire almeno una procedura chiara a livello locale. Il risultato è un sistema frammentato, in cui Regioni e singole aziende sanitarie applicano la sentenza in modo diverso, spesso imponendo ostacoli che rendono l’accesso impossibile anche a chi ne avrebbe diritto. Un quadro che, nel confronto con alcuni Paesi dell’Unione Europea, evidenzia quanto l’Italia sia ancora ferma, mentre intorno a lei il dibattito si è tradotto – con sfumature diverse – in regole, tutele e percorsi più definiti.






