La notte nell’abbazia è un animale in agguato. Respira dietro ogni arco, scruta dalle feritoie, si annida negli umidi sotterranei, lì dove i libri sussurrano segreti pericolosi. Nel cuore di questa notte buia, Milo Manara ambienta il secondo e conclusivo volume della sua versione de Il nome della rosa, trasformando il capolavoro di Umberto Eco in un viaggio sensuale e inquieto, una rappresentazione grafica che mescola beltà e peccato, censura e conoscenza senza soluzione di continuità. Le tavole del maestro 80enne non si limitano a illustrare, costruiscono un mondo e lo rendono corporeo, restituendo al romanzo una potenza visiva che ne amplifica il respiro fra incanto e pericolo. L’operazione, sostenuta dagli eredi di Eco e da Elisabetta Sgarbi e pubblicata da Oblomov Edizioni (pp. 72, € 22 in libreria dal 28 novembre), è un adattamento capace di restituire la forza secolare dell’abbazia, l’imponenza della Sacra di San Michele che aveva ispirato lo scrittore, restituendo la precisione del bestseller da oltre sessanta milioni di copie vendute nel mondo. Già nel primo volume, pubblicato due anni or sono, Manara aveva sorpreso per fedeltà e originalità, modellando Guglielmo da Baskerville sulle fattezze di Marlon Brando, accompagnando la crescita emotiva di Adso da Melk e chiudendo il primo tomo con una delle scene più iconiche del romanzo: l’incontro carnale fra il novizio e la fanciulla del villaggio che, a sua volta, ha le sembianze di Miele, la creatura femminile che torna nelle maggiori opere di Manara.