Nel suo primo viaggio apostolico, Leone XIV vedrà ferite antiche e quelle del Novecento. Un passato che non è (solo) materia per gli storici, ma che grava sui drammi del presente e sul futuro. Da oggi infatti il Papa sarà in Turchia, a Iznik, l’antica Nicea, per ricordare i 1700 anni del Concilio che definì il Credo: è «il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani», ha scritto nella lettera apostolica In unitate fidei. Il Papa a Nicea tende la mano fraterna agli ortodossi che tuttavia sono molto divisi anche fra di loro, soprattutto fra il Patriarcato di Costantinopoli e quello di Mosca (divisioni che nascono in Ucraina e lì si ripercuotono).
La disputa teologica sul “Filioque”, di mille anni fa, nasconde ciò che davvero ha diviso la Chiesa greco-ortodossa da Roma: proprio quel primato petrino che avrebbe risparmiato alle Chiese orientali (pur ricche di spiritualità monastica) la continua suddivisione in chiese autocefale (nazionali) e quella subordinazione al potere politico che per esempio oggi, dopo secoli, vede la Chiesa ortodossa russa così identificata con il governo di Putin.
Ma il Papa in Turchia vedrà anche un’altra cosa: come finisce una grande civiltà millenaria, una civiltà cristiana. Costantinopoli fu voluta appunto da Costantino, fondata attorno al 330, come capitale dell’impero romano d’oriente che andava dai Balcani all’Anatolia, da Siria, Libano, Israele/Palestina, Giordania all’Egitto, da Cipro all’Armenia, alla Mesopotamia orientale fino al Caucaso e alla Crimea (dopo, con Giustiniano, arrivò pure a controllare quasi tutto il Mediterraneo). Fu una grande capitale della cristianità. Poi arrivarono gli arabo-musulmani che conquistarono parte dell’impero bizantino. Infine l’invasione turca che nel 1453 espugnò Costantinopoli mettendo sanguinosamente fine, dopo più di mille anni, a quella straordinaria civiltà.














