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Ultimo aggiornamento: 17:44
A Khan Younis, dove Emergency gestisce uno dei pochi presidi sanitari ancora operativi, la tregua entrata in vigore a metà ottobre non cambia in nulla la realtà di una popolazione intrappolata tra macerie, fame e bombardamenti israeliani sporadici in un territorio ridotto allo stremo.
Giorgio Monti, coordinatore medico dell’organizzazione, descrive una quotidianità segnata dal maltempo e da una pace apparente che non argina la sofferenza dei gazawi. “Ieri è stata una giornata decisamente drammatica che purtroppo mi ha fatto tornare alla mente quanto è successo l’anno scorso”, racconta. “Sono qui da oltre un anno, le piogge in quest’area sono torrenziali. Immaginate piogge torrenziali in un’area dove le tende sono costruite con teli di plastica e pali di legno. Il vento è sempre molto forte, quindi vengono divelte le tende, arrivano ruscelli improvvisati che ci bagnano tutti, che spostano le tende, le danneggiano. Le persone non sanno come asciugarsi, sono davvero momenti difficili per loro”.
L’inverno intanto travolge una Striscia già devastata da due anni di guerra: le piogge torrenziali di novembre allagano Gaza con livelli d’acqua fino a 50 centimetri, trasformando i campi profughi in distese di fango. Oltre 2 milioni di sfollati vivono in tende fragili, più di 22mila delle quali risultano danneggiate o spazzate via. Fognature al collasso e allagamenti moltiplicano il rischio di epidemie e costringono un ospedale da campo a sospendere le attività. Secondo l’Unrwa, 13mila famiglie restano esposte al gelo in ripari inadeguati. “Gaza sta annegando in sangue e acqua piovana”, avverte un rapporto citato da Haaretz.






