Ho ascoltato in anteprima il nuovo live dei Depeche Mode, in uscita in questi giorni. Più che un disco, è uno specchio: mostra ciò che resta e ciò che, inevitabilmente, si è incrinato nella band di Martin Gore e soci. Li seguo da una vita, e chi li conosce davvero sa esattamente dove la traiettoria ha iniziato a piegarsi: non è nostalgia, è memoria tecnica. Nei consueti nove punti di questo blog voglio raccontare le “gioie e i dolori” dei Depeche Mode: ciò che continua a funzionare e ciò che oggi non funziona più.
Cominciamo
1. Un passo indietro
Memento Mori, riascoltato due anni dopo, è più compiuto di quanto ricordassi: un disco maturo, lucido, vivo. Il nuovo live, sulla carta, dovrebbe restituirne l’essenza e documentare il tour. In realtà fa tutt’altro: ne mostra la superficie e, allo stesso tempo, la tradisce. Il suono è lucidissimo, ripulito, sistemato in ogni angolo; tutto torna, tutto è al suo posto. Ed è qui il paradosso: il disco in studio sembra più vivo del live che dovrebbe raccontarlo. E persino alcuni classici, nel confronto, perdono potenza.
2. L’anima






