Fin dall’ingresso l’installazione di Uffe Isolotto, danese classe 1976, mette alla prova ciò che Wittgenstein riassume con «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»: in Mælkeøje la lingua non è un tema da illustrare ma un’infrastruttura da attraversare e ogni spazio del museo diventa un punto di pressione su quel confine per mostrare come, smontando e riassemblando i segni, cambi anche il mondo che quei segni reggono, lasciando, però, intendere l’intensità dell’attesa come tensione universale.
Il progetto, visitabile fino al 30 novembre, si integra con l’architettura dell’Holstebro Kunstmuseum e si dispiega come un organismo a stanze comunicanti: ogni galleria o camera è la stazione di una via crucis molto contemporanea all’interno dei locali di una immaginaria comunità pseudo-religiosa, con vestiboli, spazi per attività comuni, alloggi, uffici e corridoi di transito. Non c’è prologo; si entra nella trama già in corso.
L’estetica delle comuni anni Settanta
La filigrana visiva intreccia l’estetica delle comuni anni Settanta, la tecnologia retro futurista e i sistemi ibridi di osservazione che oscillano tra voyeurismo e sorveglianza autoritaria. L’odore della lavanda e del tabacco, lavorati e idealmente collegati a una qualche pratica economica su cui si regge la sostenibilità comunitaria, si fa pungente in alcuni passaggi dell’opera. E’ una connessione credibile con l’esterno, dove queste risorse erano parte determinante dell’industria del territorio dove oggi sorge il museo. È una retrotopia incrinata: un futuro sognato nel passato, ricomposto oggi come habitat funzionante, credibile perché fatto di codici riconoscibili, perturbante perché quegli stessi codici trovano corrispettivi nei nostri paesaggi attuali.






