Due schermi, uno all’altezza degli occhi, l’altro appeso in diagonale sopra le teste degli spettatori, Liquid Tongues, l’installazione audio-video del duo artistico Bogna Burska e Daniel Kotowski, curata da Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko, che rappresenta la Polonia alla 61/a Biennale di Venezia fino al 22 novembre, esplora modi alternativi di comunicare, unendo la lingua fonetica e dei segni, grazie al Choir in Motion, composto da persone udenti e sorde che danzano e cantano, prevalentemente in acqua, suoni elaborati dalle balene. Un progetto che mette al centro l’ascolto di linguaggi marginalizzati, con la coreografia di Alicja Czyczel e la colonna sonora di Aleksandra Gryka, accogliendo il concetto curatoriale basato sulla metafora musicale delle Minor Keys (tonalità minori) pensato da Koyo Kouoh per porre l’attenzione su ciò che è delicato e trascurato, le voci più deboli, le narrazioni dimenticate, le micro-memorie. Abbiamo rivolto alcune domande agli artisti Bogna Burska e Daniel Kotowski.

Perché avete scelto di occuparvi del linguaggio nel padiglione del vostro paese?

Bogna Burska: L’uso del linguaggio fonetico e dei segni sott’acqua ribalta la gerarchia comunicativa, chi usa i segni può parlare, mentre chi usa i suoni no. Il lavoro di Choir in Motion sulla terraferma e in acqua ribalta le norme e le possibilità, visualizza come le persone udenti abbiano un vantaggio accidentale, grazie alla superiorità numerica. L’ispirazione per unire i due linguaggi arriva dall’interpretazione della comunicazione dei cetacei creando una superlingua attraverso suono, immagine e spazio, per interpretare la comunicazione non umana. La storia del rapporto tra lingue è fatta di squilibri e discriminazioni, privilegi ed esclusioni, potere e dominio. In tempi di conflitto globale, riflettere sulla comunicazione è importante, la capacità di dialogare è un’alternativa alla guerra.