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In più occasioni i magistrati hanno rifiutato l'intervento: è la loro cultura, non vanno puniti
Il bosco e il campo rom. Due luoghi differenti e molto distanti ma che nel caso della famiglia di Palmoli, in provincia di Chieti, si ritrovano vicinissimi perché fotografano perfettamente come la giustizia possa valutare in modo differente. C'è chi lo chiama doppiopesismo, chi normale interpretazione del magistrato giudicante. Epperò, al netto delle disquisizioni terminologiche, c'è un caso di cronaca che vale la pena rammentare per analizzare la vicenda da un'altra angolazione.
Periferia di Parma, anno 2011. La Procura dei minori chiede di affidare una bambina di 12 anni ai servizi sociali per darle una vita migliore in comunità rispetto al campo rom dalla "pessime condizioni igieniche" in cui vive, così come riscontrato dalla Polizia municipale. Lei va a scuola di rado e la famiglia ha problemi con la giustizia. Ma la Corte d'Appello risponde con un perentorio no: "Normale modo di vita". Sì, avete letto bene: la piccola anche senza scuola non è vittima di alcun "pregiudizio" e non subisce alcun nocumento. Poco importa se il procuratore dei minori abbia richiamato le norme a tutela dei diritti dei minorenni, dal codice penale fino alla convenzione di New York, per la Corte la piccola deve rimanere nel campo. "La condizione nomade e la stessa cultura di provenienza non induce a ritenere la sussistenza di elementi di pregiudizio per la minore": questa la motivazione. E ancora: non vi è prova di "comportamenti dei genitori che non siano riferibili al normale modo di vita per condizione e per origine". Il caso passò inosservato, senza polemiche di sorta. Quasi come se fosse normale vivere in determinate condizioni e rimanerci.






