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Quelle assoluzioni di africani in nome della dottrina propugnata da Magistratura democratica, il sindacato delle toghe rosse

C'è un'Italia dove la legge sembrerebbe non essere più uguale per tutti. Un'Italia in cui la stessa condotta un pestaggio in famiglia, una mutilazione, persino uno stupro può valere anni di carcere se a compierla è un italiano, ma trasformarsi in un gesto "comprensibile" se a farlo è un immigrato. È l'Italia delle toghe rosse, quelle che nelle riviste di Magistratura Democratica teorizzano i cosiddetti "reati culturalmente motivati": una categoria che, in nome del multiculturalismo, rischia di legittimare la barbarie.

Il caso che tutti ricordiamo è quello di Torino, lo scorso anno: la Corte d'appello ha assolto una coppia romena proveniente da un campo nomadi, accusata di aver picchiato ripetutamente le figlie. Secondo i giudici, le violenze non costituivano maltrattamenti, ma un metodo educativo "ereditato dalla loro cultura d'origine". Le botte, insomma, non come reato ma come strumento di disciplina.