Non è solo una data sul calendario giudiziario, né una scadenza procedurale: l’udienza di domani davanti al giudice del tribunale di Roma Livio Sabatini, è un passaggio cruciale: si discuterà se mettere la parola fine all’inchiesta bis della strage di Ustica, o se, come chiedono con fermezza i familiari delle vittime guidati da Daria Bonfietti, disporre nuove indagini, ordinare nuovi accertamenti, pretendere verità dove da troppo tempo regnano opacità e segreti.

Non è soltanto la memoria delle 81 vittime, abbattute con il Dc9 Itavia nel mare nero del 27 giugno 1980. È anche l’ostinato silenzio, il patto di menzogna, le righe mancanti, i nastri “smarriti”, le informazioni non fornite anche da Paesi considerati nostri “amici”. È una strategia di mascheramento durata 45 anni, nutrita di omissioni e segreti, alimentata da ragioni di Stato, paure militari e indecenze atlantiche.

La procura guidata da Franco Lo Voi chiede l’archiviazione perché non sono stati trovati i nomi dei responsabili. Le indagini, iniziate nel 2007 dopo le dichiarazioni dell’allora presidente emerito Francesco Cossiga, si sono distese per anni. Sono arrivate a lambire archivi Nato, basi militari francesi, Awacs americani, testimoni dimenticati, atti sepolti e nastri rubati. Hanno confermato quanto il giudice istruttore Rosario Priore aveva scritto nel 1999: l’abbattimento del Dc9 Itavia non è frutto di un attentato terroristico o di un cedimento strutturale, ma è la conseguenza di un evento esterno. Un missile o una near collision. Ma nulla che esploda dall’interno.