La definiscono “la nuova epidemia del cuore”. Lo scompenso cardiaco, una patologia progressiva e spesso priva di sintomi evidenti nelle fasi iniziali, rappresenta oggi una delle malattie croniche più comuni e impegnative nel nostro Paese. Si stima che oltre un milione di italiani ne sia affetto: un dato destinato a salire, spinto sia dall’invecchiamento della popolazione sia dai miglioramenti delle cure che consentono a più persone di sopravvivere a infarti e ad altre malattie cardiovascolari. Ma anche la terapia dello scompenso cardiaco è molto migliorata, dal punto di vista della diagnosi, della cura e anche della gestione delle terapie, come hanno illustrato al Festival di Salute 2025 Stefano Carugo, direttore del Dipartimento cardio-toraco-vascolare Irccs Policlinico di Milano, Salvatore Di Somma, direttore scientifico Associazione italiana pazienti con scompenso cardiaco (Aisc) ed Elena Murelli, Senatrice della Repubblica, presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulle malattie cardio cerebro e vascolari.

Identificare i pazienti a rischio

Una delle sfide da affrontare è quella della diagnosi, perché i sintomi non sono specifici e possono essere facilmente confusi con altre condizioni, ritardando l'intervento medico. “La mancanza di fiato è uno dei sintomi principali dello scompenso cardiaco, ma spesso viene sottovalutato. Al contrario, soprattutto nelle persone che hanno caratteristiche riconosciute come fattori di rischio per lo sviluppo di questa patologia, bisogna indagare e capire di cosa si tratta”, ha spiegato Carugo. Particolare attenzione va quindi data ai pazienti con diabete di tipo 2, a quelli che hanno ipertensione arteriosa, a chi ha insufficienza renale. “Per la diagnosi oggi abbiamo a disposizione esami semplici da eseguire fra cui il test che misura la concentrazione dei peptidi natriuretici che si esegue con un pungidito”, ha detto ancora Carugo. L’esame misura una proteina inattiva rilasciata dai ventricoli quando il cuore è eccessivamente affaticato, l'NT-proBNP (N-terminal pro-B-type Natriuretic Peptide), un marcatore biologico estremamente affidabile, poiché la sua concentrazione nel sangue rimane misurabile per un tempo prolungato.