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Ultimo aggiornamento: 9:01
Decenni di sfruttamento del lavoro migrante sono alla base di uno dei progetti infrastrutturali di cui l’Arabia Saudita va maggiormente fiera: presentata come la “spina dorsale” del sistema di trasporti pubblici della capitale, la metropolitana di Riad – recentemente inaugurata – è stata costruita da imprese nazionali e internazionali che, sotto la supervisione delle autorità locali, si sono servite di manodopera straniera sottopagata e costretta a lavorare in condizioni di grande pericolo e con temperature estreme.
Quest’accusa è contenuta in un rapporto di Amnesty International che, come spesso accade, mostra il “lato B” della scintillante cartolina che il principe ereditario Mohamed bin Salman esibisce, ottenendo grandi applausi e congratulazioni, al mondo intero (da ultimo al presidente Usa Trump).
Lo sfruttamento, come raccontato da 38 lavoratori provenienti da India, Bangladesh e Nepal, è iniziato ancora prima di arrivare in Arabia Saudita: attraverso un sistema di agenzie di collocamento e loro subappalti, queste persone hanno dovuto pagare tra 700 e 3500 dollari, indebitandosi a volte per sempre o in altri casi rinunciando a pagare le rette scolastiche per i figli, per poter lavorare alla costruzione della metropolitana di Riad. Sulla carta, le leggi vietano che si paghi nei paesi di origine per lavorare in Arabia Saudita ma evidentemente dalla carta non si è passati all’applicazione della norma.









