Si torna a parlare di homeschooling in Italia per via dei tre bambini cresciuti in un bosco a Palmoli, sottratti ai genitori e spostati in una comunità educativa. E il meccanismo di diffidenza è immediatamente scattato: la scelta educativa diventa una colpa, l’esistenza fuori norma un sospetto. Eppure l’istruzione parentale è perfettamente legale, prevista dalla Costituzione e regolata con una precisione che spesso chi commenta ignora.

Vale la pena tornare ai fatti, sgombrare il campo dagli automatismi emotivi e guardare che cosa sia davvero l’homeschooling in Italia. Non una fuga dalla civiltà, non un rifiuto “ideologico” della scuola pubblica, ma un ventaglio di pratiche molto più articolato di quanto si voglia ammettere. Pratiche che, piaccia o no, stanno crescendo: dagli appena 5mila studenti del 2018-19 agli oltre 15mila del 2020-21, con un incremento del 300% in soli tre anni. Numeri che il Ministero dell’Istruzione non ha ancora aggiornato ma che raccontano un cambiamento culturale iniziato con il lockdown ancora non esaurito.

La legge non lascia spazio ad ambiguità. Ogni anno le famiglie devono comunicare al dirigente scolastico- quello dell’istituto che il bambino frequenterebbe- l’intenzione di fare istruzione parentale. Alla comunicazione si allega un progetto educativo con materie, obiettivi, strumenti. Non serve essere insegnanti, basta dimostrare di avere le “competenze tecniche o economiche” per garantire l’istruzione. È compito della scuola invece verificare che l’obbligo scolastico venga rispettato.