È la fotografia di un Paese resiliente, che tiene nonostante le difficoltà, dal caro energia al rallentamento dell’export, dal post pandemia alla guerra in Ucraina sino all’incubo dei dazi. Con le imprese manifatturiere che aumentano il numero dei loro addetti nonostante cali anche a doppia cifra delle loro produzioni. È il fenomeno del cosiddetto labour hoarding, che coinvolge l’intera economia italiana ma che nel comparto industriale negli ultimi anni è stato ancora più intenso. Nella manifattura italiana, segnala il Centro studi di Confindustria che mercoledì prossimo a Roma presenta un nuovo Rapporto sull’industria italiana, è in atto un vero e proprio fenomeno di “occupazione senza crescita”. Nel biennio 2023-24 il numero di persone occupate nel manifatturiero italiano ha registrato un aumento medio del 2% nonostante la produzione sia calata del 5,3% ed il valore aggiunto dell’1,2%. Anche settori colpiti dalle crisi più pesanti hanno retto o limitato in maniera consistente i danni, molti altri pur segnando perdite significative hanno comunque aumentato il numero dei loro occupati. Il comparto della pelletteria a cui spetta il calo più significativo della produzione (-25%) ha visto ridursi il numero degli addetti “appena” del 5%, il settore del legno ha fatto il -19% eppure ha aumentato del 2% gli occupati e l’automotive nonostante un -17% ha mantenuto invariati i suoi livelli occupazionali. A crescere di più (+21%) è stato il settore delle bevande pur subendo un calo del 7% della propria attività; +10% il comparto petrolifero, che a sua volta ha perso il 5%; mentre elettronica e meccanica strumentale hanno fatto segnare rispettivamente una variazione positiva degli occupati dell’8 e del 4% mentre la loro produzione è scesa dell’1 e del 4%.