Il cinema italiano in questo periodo sembra voler far i conti con il tempo infinitesimale di una vita, una frazione istantanea che non lascia scampo. A morire la giovane protagonista del film di Virzì ci ha impiegato circa 5 secondi, una distrazione fatale del padre; a un giovane ragazzo di origini capoverdiane ne sono serviti poco più (40 secondi, anche qui come da titolo). La differenza è che nel primo caso si tratta di una storia inventata, nel secondo, purtroppo, di una tragedia realmente accaduta. È la notte del 6 settembre 2020. Willy Monteiro Duarte, 21 anni, è in giro per Colleferro, una serata come tante, alle porte di Roma. Nel tentativo di sedare una discussione tra un amico e un gruppo di giovani facinorosi, finisce col subire un brutale pestaggio: dal momento dell’aggressione alla morte passano infatti soltanto 40 secondi. I quattro responsabili vengono arrestati e successivamente condannati in misura diversa, a cominciare dall’ergastolo comminato ai gemelli Bianchi, per uno poi è scattata la riduzione a 28 anni), mentre al ragazzo deceduto è andata la compassione di tutta l’Italia e la medaglia d’oro al valore civile. A distanza di cinque anni Vincenzo Alfieri, qui alla quinta regia e un buon percorso attoriale, sonda principalmente l’ambiente in cui si possono manifestare episodi di violenza come quello accaduto in quella fatale situazione e lo fa attraverso ritratti psicologici dei protagonisti, qui rielaborati con nomi diversi a parte Willy, che governano un capitolo ciascuno in cui è diviso il film. In un contesto da thriller sociale, ecco che emergono disagi, frustrazioni, atti delinquenziali reiterati (droga e armi), rapporti morbosi, relazioni sentimentali problematiche, famiglie allo sbando, ostinate ambizioni di essere superiori agli altri, desiderio di comando: una mappatura piuttosto ricorrente nelle periferie delle grandi città. Raccontato per blocchi che trovano un punto di convergenza nel finale drammatico, il film si avvale di una regia nervosa e una carica emotiva a tratti perfino eccessiva, con una ricerca quasi isterica della forma, in una narrazione già di per sé febbrile, ma è innegabile che assicuri pathos ed emozione. Ispirato al romanzo omonimo della giornalista Federica Angeli, “40 secondi” è assai convincente con le prove attoriali di giovani più o meno noti, a cominciare da Francesco Gheghi, in significativa ascesa, fino al protagonista principale (Justin De Vivo), con l’appoggio di due veterani come Sergio Rubini e Francesco Di Leva (il loro colloquio in cucina lascia il segno). Se coraggiosa è l’idea di far entrare in campo Willy a film abbondantemente cominciato, un po’ più di asciuttezza, specie nel finale, e un po’ meno simbologia (la pecora, il temporale) non avrebbe guastato. Voto: 6,5.
40 secondi per morire: la peggio gioventù L'umanesimo dei Dardenne funziona ancora
Il cinema italiano in questo periodo sembra voler far i conti con il tempo infinitesimale di una vita, una frazione istantanea che non lascia scampo. A morire la giovane protagonista del film...











