Cosa sono 5 secondi, attimo così infinitesimale da non averne nemmeno la percezione? Eppure a volte la cognizione del tempo passa per opposte sensazioni, come dice il protagonista dell’ultimo film di Paolo Virzì, appunto “5 secondi”, che per lui sono stati «tanti, tantissimi, troppi», perché in quella durata lampo ad Adriano Sereni, un cinquantenne, un tempo avvocato di successo il mondo gli è crollato addosso. Che cosa sia successo lo sapremo soltanto verso la fine, anche se strada facendo indizi non ne mancano, come ad esempio la morte della figlia, una giovane disabile, che ha scosso una famiglia già divisa, con un altro figlio, presente alla tragedia, che adesso non risponde più alle chiamate del genitore. Oggi Adriano Sereni è un uomo che si è lasciato andare: ha rinunciato al suo prestigioso lavoro, ha affittato una vecchia scuderia nella campagna toscana, vivendo in modo un po’ grezzo, trasandato, senza rispondere a nessuno, senza voler vedere nessuno, nemmeno il postino che gli vuole far firmare una raccomandata, a parte l’amica Galatea, che forse significa qualcosa di più. A sollevare questa volontaria solitudine, espiazione di un senso di colpa mal governato, c’è una specie di gruppo di ragazzi alternativi, che proprio davanti le scuderie coltivano la vite, cercano di fare del buon vino, in una visione bucolica e un po’ troppo idilliaca della vita, un gruppo nel quale emerge Matilde, di nobile famiglia, un po’ spudorata nell’approccio con gli altri, anche con il cinquantenne dirimpettaio, ma che nasconde anche lei un passato burrascoso. Adriano è in attesa del processo per la morte della figlia, sa che potrebbe pagare caro l’accaduto anche con la giustizia, ma è rassegnato, quasi sollevato da una possibile condanna, tanto da voler rinunciare, in caso negativo, dell’appello, come spiegherà nell’accorata, personale auto-denuncia davanti ai giudici. Paolo Virzì ritrova l’aria di casa e s’interroga su temi a lui cari: la gioventù, il rapporto genitori-figli (a cosa servono i padri?, si chiede un ragazzo a un certo punto), il senso della commedia anche nei momenti più ostili (lo sgombero dei giovani da parte delle forze dell’ordine, la scena nel commissariato), cercando di saldare una vicenda drammatica (il dolore, la morte) con uno sguardo alla speranza (anche di nuove vite, con il parto di Matilde), ma risultando troppo dispersivo e senza una significativa coesione tra le due storie (la sceneggiatura è dello stesso regista, con il fratello Carlo e Francesco Bruni), mentre il tutto scivola senza un’accensione sorprendente. Valerio Mastandrea ci mette il suo abituale disagio esistenziale, qui più triste del solito; Valeria Bruni Tedeschi è più sobria, ma al tempo stesso poco emozionante; Galatéa Bellugi ci mette più anima e corpo, ma sembra appartenere a un’altra storia. Voto: 5,5.