Il lezioso anacronismo cinematografico di The Mastermind è delizia per i nostri occhi. Volutamente antimoderno e antispettacolare, incentrato sulle sfortune di un antieroe borghese rapinatore anni settanta, l’ultimo film di Kelly Reichardt (First cow, Meek’s cutoff), produzione super indie con distribuzione Mubi, è di quei film che a breve non vedremo più fare, se non per qualche festival modello Cannes e Venezia.
Caper movie lineare e quieto, annebbiato nelle tonalità vintage del direttore della fotografia Christopher Blauvelt e accompagnato da un tessuto jazzistico ironico e sincopato di Rob Mazurek, The Mastermind racconta la pianificazione sottile, la realizzazione semplice e soprattutto i fallimentari e disastrosi momenti che seguono il furto eclatante di quadri astratti in un museo di un quartiere residenziale del Massachusetts nel 1970. Mente sopraffina del colpo è l’ebanista mezzo disoccupato, ma figlio di un ricco giudice, JB Mooney (Josh O’Connor) che, assieme a un manipolo di delinquentelli locali, chiaramente schizzati e inaffidabili, non all’altezza della situazione, si impantana in un tragico insuccesso.
Tutto dalla recitazione ai movimenti di macchina, dalla ricostruzione degli spazi (strade, auto, case, pensioncine, suppellettili) e alle dinamiche del crimine, ha un tono minimale, appena accennato, privo di gesti o scarti eclatanti (almeno fino al twist finale). Ed è sulla fase dove tutto per JB va a rotoli che Reichardt concentra sardonica e persistente la sua attenzione affabulatoria. JB del resto è un perdente vero, pizzicato continuamente dal padre, aiutato economicamente dall’aristocratica madre e supportato e sopportato dalla giovane moglie (Alana Haim).







